Luglio 2015

31 | 212

Luglio 2015 1

Lui è Andrea. Mi colpiscono i suoi colori mentre sale sulla scalinata di un bar del paese. È con la compagna, stanno mangiando un gelato. Lo sapevo che avresti notato lui. Ci sono abituata. Lo fermano spesso in giro. E nel frattempo ride. È così che vengo accolto, e quando vieni accolto da sorrisi e battute, tutto diventa più semplice. Anche oggi che ho il collo bloccato. Siamo di La Spezia, passeremo le nostre vacanze qui, al fresco. Ci incontriamo con un livello di energia alto e giocoso, per alcuni istanti ho la sensazione che siano particolarmente sorpresi da questo incontro. Mi racconta di amare la cucina, non quella da baraonda, ma quella emozionale e sentimentale. Mi piace l’aspetto emotivo della cucina. il mio sogno è di aprire un ristorante per una decina di persone, e curare nel dettaglio ogni portata. Ha vent’anni e sta cercando lavoro, possibilmente lontano da La Spezia. Non credo sia indispensabile passare attraverso qualche scuola per imparare questo mestiere. Forse ha ragione lui, visti i tempi. Non ho un piatto preferito, ma se mi chiedi quello che amo di più ti rispondo il pesce. È veniale ma ti rispondo il pesce.

30 | 211

Luglio 2015 2

Lui è Edoardo. Ha una camicia nera abbottonata fino all’ultimo bottone, e passeggia tranquillo in una delle vie centrali di Savona. Vive in un collegio a Mondovì, poco distante dall’Istituto Alberghiero che frequenta. Porta con sé qualcosa di musicale; glielo dico, e mi risponde che …in effetti la cucina è una passione mi appartiene sin da ragazzino, le mie reali passioni sono la musica e la scrittura, anche se ultimamente mi sto interessando anche al teatro. E tutto questo il suo corpo lo suggerisce chiaramente. Mi racconta molte cose interessanti, sostenuto da una presenza appassionata e coinvolgente, fino a confidarmi di essere timido, e di preferire altri mezzi comunicativi al linguaggio parlato: non sono le parole il mio primo mezzo espressivo. Scrivo canzoni e testi. Con un’amica abbiamo un accordo, lei mi suggerisce dieci punti-stimol e io a partire da quelli costruisco storie. Dal primo momento che l’ho visto l’ho immaginato come un musicista, e mi colpisce il modo con cui aspetti classici e contemporanei abbiano trovato il modo di convivere in lui. Un buon mix, che mi porta a fantasticare sulle sue potenzialità artistiche. Non ne posso fare a meno e, se è così, deve avere un senso. Ci salutiamo, dopo aver conosciuto e incontrato i suoi genitori. E mentre mi allontano mi accorgo pensare a chi mi ha detto che spesso la timidezza non è altro che il modo che abbiamo trovato per sopravvivere a chi ci ha imposto di fare silenzio.

29 | 210

Luglio 2015 3
Lei è Eleonora. Con il compagno gestisce un allevamento di cavalli. La noto all’interno di una stalla, mentre sella un cavallo alto almeno un metro e novanta. Cercavo una persona notata poco prima, glielo sto per chiedere quando la noto avvicinare la propria fronte alla testa del cavallo, gliela sfiora e gli sussurra qualcosa. Cosa non l’ho capito. Ma lui di sicuro sì. Bellissimo. Le dico che ho cambiato idea, che mi piacerebbe che fosse lei la stranger numero 210. Sorride e accetta. Conoscendola ho imparato diverse cose. Per esempio che esistono stalloni, puledri e fattrici. Che i cavalli dormono sdraiati. Non gliel’ho mai visto fare. È perché lo fanno per piccoli intervalli di tempo. Ha un bimbo, è medico veterinario e vive in una meravigliosa tenuta nel verde tra boschi, campi e cavali. Questo posto cerchiamo di renderlo il più possibile adatto alla loro natura, ci prendiamo cura di loro. Immagina di stare in un box doccia per diverse ore. Ecco è la stessa sensazione che provano loro all’interno dei loro box. Cerchiamo di lasciarli il più possibile fuori a correre liberi nei campi. Con lei sento chiaro un piacevole senso di serenità e pace, l’impressione è che quel posto rispecchi la sua immagine oppure il contrario. Non so. Ciò che mi colpisce profondamente è la sensazione di un ambiente in equilibrio interconnesso: la casa, la terra, il nitrito dei cavali, la luce del sole che sta tramontando, il marito, il figlio che gioca con il nonno, lei. Tutti elementi che gravitano in armonia. Tutti fondamentali elementi di pari valore. Spero che sabato faccia bel tempo. Mi sposo.

28 | 209

Luglio 2015 4

Lui è Davide. Sta parlando con due ragazze di fronte alla gioielleria in cui lavora. Deve rientrare in pochi minuti, così mi dice se ti va bene me la fai subito e qui, cogli l’attimo, altrimenti si vede che non era destino e sarà per la prossima volta. Altre volte avrei rifiutato, oggi no. E lo scelgo di nuovo. Vengo accolto da un tono di voce basso, molto basso e delicato; in parte mi rilassa, in parte mi attiva. Forse ha la zeppola, ma non ne sono sicuro. Parla davvero molto piano. E mi trasporta in un curioso e originale incontro. In quel breve attimo tra la fine degli scatti e i saluti si volta, mi guarda e mi chiede: in cosa credi di più? In quale città vorresti vivere? In che zona? Come si chiama la tua compagna? Con che animale? Rispondo; in qualche modo so che quelle risposte gli arrivano, e mi saluta dicendomi ora sono io quello curioso. Ti contatterò. Ci incontriamo così e rimango lì, sospeso tra lo sbigottito e il soddisfatto in contatto con un chiaro e rassicurante senso di fiducia.

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Luglio 2015 5

Lei è Eleonora. Mi colpiscono il suo viso e la corporeità, puliti, immobili ma pieni di energia potenziale, e la sua lunga treccia nera. È con i genitori, si muovono all’unisono: si ferma uno, si fermano tutti. Parte uno, partono tutti. Mentre racconto il progetto mi rendo conto di essere sotto osservazione, mi stanno guardando senza darmi alcun cenno. Lo fanno in modo gentile, l’impressione è che sia semplice sospetto il loro, che stiano proteggendo il loro territorio, la zona di sicurezza. Non mi arrendo e becco 3 sì al prezzo di uno. O di 2, vista la fatica. Lei ha 19 anni, e adora Tim Burton. Mi piace il fatto che in ogni film inserisca un elemento che lo riguarda. Dell’infanzia per esempio. Ma non solo. Adoro la sua parte oscura. Mentre me lo dice, è più sciolta rispetto a prima e la sensazione è che anche lei in qualche modo abbia dovuto chiedere il permesso per potersi esprimersi ed esporre liberamente: il viso le si accende se solo pronunci il suo nome Eleonora. Ci incontriamo così, sorvegliati dagli attenti occhi e dalle vigili orecchie di mamma e papà. L’impressione è quella di essere davvero riuscito ad ottenere il permesso di entrare per alcuni momenti in quel cerchio di fiducia, per incontrarla e permetterle poi di ritornare in quel cerchio con un’esperienza di vita vissuta in più. Fiducia – esplorazione – assimilazione. Nella semplice immediatezza di un incontro quotidiano, un assaggio di infinite dinamiche familiari. Grazie a tutti e 3 per esservi fidati di me. 

26 | 207

Luglio 2015 6

Lei è Sonia. La noto di fronte ad uno dei bar del paese. È con il marito e la figlia, ognuno con uno zaino e in abbigliamento da montagna. Accetta, ma stanno andando di fretta, ci sono amici che li aspettano per il pranzo della Domenica. Mi colpiscono il suo viso e il colore dei suoi occhi, identici a quelli della figlia. Glielo dico, e lei soddisfatta rivolge al marito un simpatico cenno di vittoria: SBEM! Sorridono complici, mentre la figlia divertita e un po’ imbarazzata nasconde gli occhi dietro alle mani. Siamo qui perché ci hanno consigliato di passare un po’ di tempo lontani dal mare e dal caldo delle città.

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Luglio 2015 7

Lei è Anna. Ha un modo gentile e appassionato di muoversi mentre cerca alcuni libri che la mia compagna le ha appena chiesto. Anche io ho una richiesta, ma diversa. Accetta. È in quella libreria dal 2009, ma i libri fanno parte di lei da molto più tempo. Sono filosofa. Amo la letteratura da sempre. E ne conosco le ragioni. Ho un ricordo ben impresso nella memoria: ero molto piccola, non arrivavo neppure col mento al primo scaffale di libri..mi trovavo di fronte a questa enorme libreria, e rimanevo affascinata da quei libri, coinvolta dall’odore che emanava la carta. Erano di mio papà. Gli chiedevo sempre quando avrei potuto leggerli, e mi rispondeva che era troppo presto, ma che sarebbe arrivato il momento anche per me. E io aspettavo. Siamo in mezzo a una via, e mentre me lo racconta, per un attimo smette di guardarmi, sposta lo sguardo e il corpo leggermente di lato, per far spazio a quella libreria ripescata nei ricordi e trasportata fin qui. La sta guardando, e per un attimo la vede, ne sono sicuro. …Ora mio papà non c’è più, ma il profumo della carta, dei libri mi circonda. È il mio legame con lui. Da 21 anni faccio la libraia, prima in autonomia, ora come commessa. Le chiedo del suo primo libro. …Non lo ricordo, ma  mi viene sempre in mente questo: molto forte incredibilmente vicino. L’ho adorato anche io. E in qualche modo sento che non è una coincidenza.

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Luglio 2015 8

Lui è Fabrizio. Mi colpiscono i suoi occhi verdi, lo sguardo inizialmente schivo e tenuto verso il basso e il forte contrasto del suo viso con la maglietta nera.  Mi racconta di aver iniziato a lavorare molto presto, intorno ai 16 anni. Ora non ha un lavoro, ma da autodidatta studia fisica quantistica. A volte a 16 anni non si è pronti per scegliere. E mi riporta a quante vite ed esistenze rischiano di non sviluppare l’intero potenziale per circostanze sfavorevoli ma non per questo ingestibili. Così l’indomani dopo una serie infinita di lavori lascerà l’Italia per le Canarie. Mentre me lo dice noto però una punta di dispiacere; mi dispiace dover lasciare qui mio figlio. Ma spero mi assumano, così torno qui, sbaracco l’appartamento e ci trasferiamo tutti là. Non c’è nulla per me qui. Mi colpisce il suo sguardo malinconico, ma a guardarlo bene salta agli occhi immediatamente la speranza di riuscire finalmente a costruire qualcosa e di trovare il proprio posto. Ci incontriamo così, mentre sotto un sole cocente sorseggiamo un’orzata ghiacciata.

23 | 204

Luglio 2015 9

Lei è Letizia. Mi colpisce il trasporto e il coinvolgimento con cui interpreta e vive ogni brano che suona e canta. Ascoltandola la sensazione è che le note diventino parte del suo corpo, e che la voce origini direttamente dall’anima per trasformarsi in vibrazioni e raggiungere la mia pelle. Mi colpisce perché sento una forte connessione tra alcune sfumature del mio umore e della mia personalità con parte di ciò che scrive e suona. Nella vita per ora fa la cantante e ha un nome d’arte: Maria Antonietta. Sono di Senigallia – Ah sei pugliese? – Eh no, marchigiana. Ottimo inizio. Mi racconta di essere un po’ stanca e di aver bisogno di prendere un po’ di tempo per sé; …non credo in chi produce un disco all’anno, prima di dire qualcosa devo sentirlo per davvero e per fare questo ho bisogno di tempo. La quantità uccide la qualità, e mi ritrovo a pensare con amarezza a quanto di buono ci sia nella musica indie italiana rispetto all’offerta del panorama “pop”. Le chiedo se prima di scrivere non pensi mai ai giudizi che incontrerà. Mi risponde che …è un po’ come per tutti. Se vuoi esprimerti incontrerai sempre il giudizio altrui. Poi alcuni giudizi contano di più. Ma se temi il giudizio rischi di non dire nulla che sia diverso da quello che è già stato detto. Mentre me lo dice, un po’ mi sembra il testo di una canzone, un po’ mi rendo conto di essere presente, incuriosito dal confronto, dai suoi colori, dagli occhi grandi e da quello sguardo un po’ pestifero che intravedo. Sono felice e pieno. La saluto mentre raggiunge i tre ragazzi con cui è in tour. Belli da vedere tutti e 4 insieme. E mentre contatto una frizzante e briosa soddisfazione, mi accorgo di camminare a tre metri da terra. Sorrisi. Se vuoi puoi. Oggi ho capito meglio cosa vuol dire.

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Luglio 2015 10

Lei è Vanessa. Sono di fronte alla Scuola Holden, intorno a me alcuni ragazzi si iniettano nelle vene dosi di mortale felicità come se nulla fosse. E mi ritrovo all’inizio degli anni ‘90. Sono incredulo e dispiaciuto, mi volto e noto lei. Mi colpisce il taglio di capelli, lo stile impeccabile e l’impressione che anche lei sia lì per il concerto che sto aspettando. Impressione confermata, stasera c’è Maria Antonietta e siamo lì per lo stesso motivo. Mi racconta di essere una cantante e che a Settembre si iscriverà al DAMS, a Torino. E finisco là, a quella che anche per me era l’estate prima dell’Università. Ci torno con un po’ di nostalgia, accompagnato dal suo viso dolce e delicato. La mia Torino è stata diversa rispetto a quella che sto vivendo ora, quelle zone mi mettevano a disagio, oggi le adoro, sono stimolanti, colorate e vivaci. Un po’ come lei, che rabbrividisce dopo una aver dato una rapida occhiata agli altri stranger. È curiosa e piacevolmente colpita, in quel momento quella sua reazione mi riempie di gioia e in qualche modo mi solleva dopo una giornata difficile. Era con un gruppo di amici, stavano cenando pronti per il concerto e per un weekend in campeggio. Altra musica, altri boschi, altre tende. Ci rivediamo dentro stasera.

21 | 202

Luglio 2015 11

Lui è Matthew. Ci incrociamo per strada, mi incuriosisce sapere da dove arriva, o dove va. Accetta e, con un tono di voce leggermente graffiante, mi sorride il suo nome, Matt. Rimango subito colpito dalla scioltezza con cui parla, cammina e sorride. È in vacanza, stava pensando di muoversi e racimolare qualche soldo per strada ma a Loano ha incontrato la ragazza che da tre settimane lo tiene qui. Ad un certo punto alcuni ragazzi provano a venderci alcune stampe prodotte da loro. Generalmente vedo persone allontanarli sgarbatamente. Lui sorridendo, sempre stesso tono di prima, risponde: non ho niente ragazzi, ma permettetemi di darvi un consiglio: siate elastici e flessibili, ci vuole poco a imparare a fare qualcosa, andate per strada e fatelo. E non rimanete soli. È terribile rimanere soli. Nella vita ci vuole freschezza! Glielo dice sempre in quel modo lì, con scioltezza e allegria. Anche ora che ci siamo salutati, sento dentro di me quel ritmo che mi ha accompagnato per mezz’ora. Se vai per strada col sorriso, la strada ti sorride. Come dice lui: freschezza.

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Luglio 2015 12

Lei è Phoebe. L’ho scelta tra centinaia di persone in attesa del concerto serale di Paolo Nutini, mentre Cesare Cremonini intona 50 special; mi ha colpito perché era la più naturale e pulita. …Mi raccomando toglimi tutti i difetti poi. Il suo nome si pronuncia Fibi, l’ha scelto suo papà, inglese. Non so come, ma finiamo a confrontarci sul fatto che le apparenze ingannano. Dopo alcuni minuti passa sua mamma con un signore, che per me è suo papà, ed è Inglese. Glielo dico, e mi fa notare che in realtà quell’uomo sarebbe il compagno di sua mamma, italianissimo. Ridiamo, e mi rendo conto che le apparenze non solo ingannano, le apparenze sono ciò che noi vediamo. E ripenso che è vero, il mondo non è altro che un riflesso di ciò che siamo. O vediamo.

19 | 200

Luglio 2015 13

Lei è Nadia. È la mia stranger numero 200. L’ho incontrata quando la mia pausa stava terminando, ho sentito che era lei. Ho solo 5 minuti, ma ne voglio di più. Così mi avvicino e le spiego la situazione. Da questo momento in qualche modo la mia vita cambia. Come se questo incontro mi avesse permesso di fermarmi, salire su uno scalino, e riprendere il cammino. Prende la mia mano destra tra le sue, fresche nonostante i 40gradi, e con voce celestiale mi dice: non c’è bisogno di un appuntamento, ci incontreremo, ne sono certa. Sorride, e con il marito se ne va. E io in qualche modo sentivo che aveva ragione. Ero a Barolo, intorno a noi 100 mila persone. Forse di più. Lavoro per 3 ore, esco e vado da lei. Dopo 4 minuti siamo insieme. Aveva ragione lei e io a chiudere gli occhi e a seguire la musica. …Generalmente non mi faccio fotografare, ma prima, quando ci siamo visti, c’è stato un incontro tra anime. Me ne sono accorta subito. Sai non sono curiosa delle persone io, mi basta ciò che vedo. Io sono ciò che vedi, ciò che vedi non è altro che la mia anima, che in viaggio da vite precedenti è arrivata sin qui. Ciò che ho visto in te era buono, mi hai commossa. Essere visto da lei in questo modo pulito, puro e essenziale, mi commuove; mentre sto con lei mi accorgo di essere accolto dalle sue parole, dalla sua freschezza e dalla sua energia. E un po’ le voglio già bene. Poi, mentre parlo con il marito, come niente fosse lei mi rinfresca il viso con uno spray al profumo di rose, che mi arriva come una carezza. Ci salutiamo con un lungo abbraccio, e mentre mi faccio spazio tra decine di corpi bollenti mi rendo conto di sentire strani e frizzanti brividi freschi. E ho le lacrime agli occhi. Immenso.

18 | 199

Luglio 2015 14

Lei è Phoebe. L’ho scelta tra centinaia di persone in attesa del concerto serale di Paolo Nutini, mentre Cesare Cremonini intona 50 special; mi ha colpito perché era la più naturale e pulita. …Mi raccomando toglimi tutti i difetti poi. Il suo nome si pronuncia Fibi, l’ha scelto suo papà, inglese. Non so come, ma finiamo a confrontarci sul fatto che le apparenze ingannano. Dopo alcuni minuti passa sua mamma con un signore, che per me è suo papà, ed è Inglese. Glielo dico, e mi fa notare che in realtà quell’uomo sarebbe il compagno di sua mamma, italianissimo. Ridiamo, e mi rendo conto che le apparenze non solo ingannano, le apparenze sono ciò che noi vediamo. E ripenso che è vero, il mondo non è altro che un riflesso di ciò che siamo. O vediamo.

17 | 198

Luglio 2015 15

Lui è Stefano. Lo noto con i sacchetti della spesa nello spazio aperto del centro commerciale. Ha un viso fresco, pulito e rassicurante e lo scelgo per questo. Credevo fosse della zona, invece arriva da Milano, dove si occupa di marketing per un’azienda americana. Ci incontriamo nella spontaneità in equilibrio tra una fare formale e informale. Non sono mai stato del tutto convinto del matrimonio. Poi mi sono sposato, quel giorno è stato davvero il giorno speciale. Forse l’unico in cui tutti quelli a cui vuoi bene sono lì per te. Ero un po’ preoccupato e con alcuni pensieri oggi, avevo bisogno di un incontro familiare e accogliente. Ha soddisfatto il mio bisogno, salutandolo sto meglio di quando l’ho incontrato. E me ne vado con la sensazione che in fin dei conti, andrà tutto bene.

16 | 197

Luglio 2015 16

Lei è Emanuela. I nostri sguardi si incrociano e mi accorgo che i suoi occhi sorridevano già. Le racconto del progetto e non smette di sorridere. Da qualche giorno ha sostenuto l’esame di maturità, ha deciso di iscriversi a Psicologia. Non so ancora se Torino, Genova o Padova, ma sento che è questo ciò che mi interessa davvero. Ripenso al momento in cui ho scelto anche io, di fronte avevo persone che mi dicevano l’importante è che tu faccia ciò che ti piace. E ripenso al valore di una figura, a scuola, incaricata di seguire il percorso formativo sostenendo il processo di scelta universitario, tra le altre cose. In fondo sarebbe anche questa una delle funzioni dello Psicologo nelle Scuole. Ora però parto per il Portogallo con alcune amiche. E mentre me lo dice sorride ancora di più.

15 | 196

Luglio 2015 17

Lui è Nuru. Lo noto nella cucina dell’enoteca che ha aperto da poco nel centro del paese. Sorride con quel modo di fare gentile tipico dei suoi connazionali. Siamo coetanei, è nato in Bangladesh 6 giorni prima di me. Ha festeggiato i suoi 30 anni seminando ciclamini. La raccolta arriverà a dicembre, pronti per Natale. Di solito vago per il paese da solo, non conosco nessuno qui, ma in tanti mi salutano. Mi colpisce la curiosità con cui si affida a me, è in un paese nuovo e ha tanta voglia di conoscere qualcuno. Il paese è piccolo, sappiamo entrambi che ci incontreremo di nuovo, e sullo sfondo questa consapevolezza ci accompagna dall’inizio alla fine dell’incontro. 

14 | 195

Luglio 2015 18

Lei è Sandra. mi guardo intorno da dieci minuti senza trovare nessuno, poi a un metro di distanza si alzano lei e il suo compagno pronti per andare via. Siamo a spiaggia. Mi avvicino e scopro che è tedesca, di un luogo impronunciabile vicino a Monaco. Frequenta un PhD in Ingegneria chimica a Zurigo, con il fidanzato conosciuto in Australia; per ora non sappiamo bene cosa fare. Ci piacerebbe spostarci, non amiamo ciò che stiamo facendo a Zurigo. E mi rispecchio in questi discorsi, sono temi che affrontiamo spesso io e la mia compagna, costantemente alla ricerca di qualcosa che non abbiamo, con la voglia di partire, con la triste consapevolezza che qui è più difficile trovare la propria strada. Ma a noi per ora manca il coraggio; non devi pensare troppo, queste cose si fanno e basta. Così ho vissuto in Spagna, Australia, Cina, Francia, Svizzera e non è mai facile: la prima volta piangevo tutti i giorni, avevo un calendario su cui contavo i giorni che mancavano per tornare a casa. Poi ne vale la pena però.

13 | 194

Luglio 2015 19

Lui è Andrea. Lo noto in un porticato tra i vicoli di Loano. Era con un amico, ma ho scelto lui, un po’ per i dread, un po’ per la pace e armonia che sembra portare con sé. Suona uno strumento particolare, l’hang. Mai visto prima. Sembra un UFO. Me lo dicono sempre i bambini che incrocio per le strade. E a me bastano i loro sorrisi. Non riesco a trasformarlo in un lavoro. Ho suonato su alcuni palchi di feste e sagre, ma non è la stessa cosa. Suonare per me è qualcosa che nasce spontaneamente. Il lavoro toglie tutta la poesia. Prima di salutarlo ho il tempo di scattargli qualche fotografia mentre suona il suo strumento e scoprire che la melodia che ne esce è fatta di percussioni poetiche e rilassanti. Percussioni e melodie che lo accompagnano anche quando lo strumento è nello zaino. E capisco meglio le ragioni di quell’armonia che lo circonda.

12 | 193

Luglio 2015 20

Lui è Aldo. Lo noto mentre passeggia tra i carruggi del mio paese. Mi colpisce il suo camminare: passeggia lentamente da una panchina all’altra della piazza del paese. Con fare distinto trascina con sé un po’ di malinconia. Sono sicuro, anche lui mi ha notato. È grazie all’aiuto del figlio che accetta. Sorride quando gli racconto di essere il nipote di Lajetta, mio nonno. Mi racconta di aver lavorato per anni come falegname, come lo stranger di ieri ma a migliaia di chilometri di distanza: il lavoro peggiore di tutti. Non sai le polveri che ci hanno fatto respirare. Non era legna dei nostri posti quella. Ancora oggi faccio fatica a respirare. Mi racconta di Calizzano, del piccolo paese sull’Appennino ligure in cui viviamo, delle carbonaie, delle castagne e delle patate. E per un po’ mi sento là, in un’altra epoca, che per me è viva e presente nelle mani, negli occhi e nei corpi stanchi degli anziani che vivono qui. Un tempo, al tramonto, nel paese scendeva la nebbia. Ma non era nebbia vera, dai boschi scendeva il fumo dei carboni e avvolgeva tutto il paese. E in quel momento lì sapevi che lassù tra gli alberi qualcuno stava lavorando. E in qualche modo ti sentivi meno solo. Lo aggiungo io.

11 | 192

Luglio 2015 21

Lui è Sock. Sta giocando nel parco con la figlia. Lavora come operaio in una ditta della zona, è arrivato in Italia nel 1989. Prima di lasciare l’Africa aiutava il papà nella falegnameria di famiglia. È indeciso, la foto di Sadjo lo convince. E così mi racconta che una volta partire era più semplice, era sufficiente andare in aeroporto e comprare il biglietto. Facile come prendere treno per Roma. Gli confido che a volte penso anche io a partire, a lasciare l’Italia, e proseguire verso Nord, ma ci vuole coraggio, motivazione, forza. E qualcos’altro che non ho ancora scoperto. Lì mi sorride, trattiene il respiro, inarca leggermente la schiena e mi dice …fare immigrato è cosa difficile. Ridiamo insieme, mentre i suoi bimbi giocano e ci saltellano intorno. In contatto con quei rumori, con quelle voci, per un attimo finisco in Africa.

10 | 191

Luglio 2015 22

Lei è Laura. Sono 2 ore che vago per strada, oggi fatico più del solito. Poi noto lei con altri due ragazzi. Ha tantissimi capelli raccolti, e un sacco di lentiggini. Parlano francese, ma lei sembra dell’Est. Accetta. I parenti più a est che ho sono italiani. Sono appena arrivati dalla Francia, passeranno le vacanze qui. Mi racconta di essere specializzata in Relazioni Internazionali e di aver appena scoperto di aver trovato un lavoro. Lavorerò per l’esercito francese come esperta in culture straniere. Questa è la mia ultima vacanza prima di iniziare a lavorare davvero. Parliamo in Inglese, me lo fa notare con dispiacere sottolineando che pur vivendo a pochi chilometri di distanza prendiamo in prestito una terza lingua. Mi colpisce la sua disponibilità, è entusiasta di far parte del progetto. Cercavano un ristorante tipico italiano. Ce li accompagno e torno a casa, un po’ stanco ma sollevato. You help me I help you.

09 | 190

Luglio 2015 23

Lui è Eros. Ho visto prima i suoi figli di lui. Lo noto sugli scalini che portano dentro casa sua. Una casa antica, di quelle coi muri spessi e piene di ricordi. La strada di campagna e il prato in cui ci incontriamo sono stati il terreno su cui siamo cresciuti. Ma in tempi diversi. È un po’ come se ci fossimo dati il cambio. Prima c’era lui, poi una volta cresciuto ci sono finito io. E ritorno là, in giornate di pallone, nascondino e biciclette. Ora ci sono i suoi figli su quelle bici. Quella blu del più grande era mia. È una Olmo. Mi colpisce la velocità con cui parla e mi racconta di essere maratoneta, di lavorare all’Unieuro e di essere divorziato. Sono uno nervoso, che scatta subito, vorrei essere meno impulsivo. Durante l’incontro ho la sensazione che in realtà sia questo il suo habitat naturale, tra gli alberi, l’odore di legna, il verde. Forse il suo antidoto. O forse un rifugio. Glielo dico, e mi racconta che sarebbe il suo sogno lasciare la città, i suoi rumori, per dedicarsi alla terra e alla natura. E un po’ di più a se stesso.

08 | 189

Luglio 2015 24

Lei è Miriam. Sta pranzando qualche tavolo più in là rispetto a noi. Mi colpiscono l’eleganza e il ritmo dei suoi movimenti. E proprio non intuisco l’età. Accetta, ha sentito parlare del progetto. Era incredula e sorpresa Non ci credo!. Stessa cosa per me, è la prima volta che vengo riconosciuto. Ha 21 anni e fa la parrucchiera da quando ne aveva 14. La mia è una famiglia di parrucchieri e barbieri: mia mamma, mio zio e mia nonna, che l’ha fatto per 49 anni. Anche mio nonno è stato barbiere. La sensazione è che sia un po’ stanca, ma rimango profondamente colpito dalla sua personalità, determinata, matura e accogliente. Sto incontrando una donna di 21 anni, non una ragazza di 21 anni. Ho iniziato a lavorare prestissimo, e ho lasciato presto la scuola. Volevo imparare più lingue. Più lingue conosci più persone puoi incontrare. La saluto, e rimango con la curiosità di incontrare anche quella parte più spensierata, apparsa come flash in alcuni suoi sguardi e sorrisi. Mi piace un sacco parlare con gli sconosciuti, troppo facile farlo con chi conosci già.

07 | 188

Luglio 2015 25
Lei è Martina. Oggi cercavo una ragazza bionda, ma ha vinto lei. Mi ha colpito il suo stile vintage e londinese. Studia scienze della comunicazione, e scrive da sempre. Da piccola parlavo poco, avevo l’impressione di non essere ascoltata per davvero, così ho iniziato a usare post-it per esprimermi. E non ho più smesso. Ora ha un blog, e sogna di partire per Londra per fare la scrittrice. Da un lato ha orecchini di perla, dall’altro legno di cocco. Due profili visivamente differenti, come le sensazioni incontrate con lei: un po’ elegante perla, un po’ avventurosa legno di coccoIl mio destino è Londra, lo so. E ha una frase tatuata sul braccio: How long is eternity? Sometimes just a second.

06 | 187

Luglio 2015 26

Lui è Enrico. Lo noto in Piazza De Ferrari, sembra spagnolo, ma è italiano. Di Bologna, e sta andando a cena da un amico palestinese. Aveva appena sostenuto lo scritto per accedere al Dottorato di Antropologia, il giorno dopo sarà la volta dell’orale. Stamattina credo sia andata bene. Domani esporrò la mia ricerca, spero di convincerli. Sta cercando di identificare quali sono le caratteristiche delle associazioni di migranti che favoriscono l’integrazione e quali sono quelle che la contrastano. Mentre parliamo, mi rendo conto dell’energia alta e piacevole tra di noi, l’interesse che abbiamo in comune fa nascere un confronto interessante al confine tra psicologia, antropologia e etnopsichiatria. Siamo come un sole, l’Io sta al centro, i raggi sono le relazioni che abbiamo. E ritorno a uno dei libri più illuminanti dell’Università, Forme di Umanità, di Francesco Remotti.

05 LUG 2015 | 186

Luglio 2015 27

Lei è Micaela. Sono più agitato del solito mentre mi avvicino e le racconto del progetto. Ha uno stile forte, impossibile da non notare, ma lo indossa con delicatezza. È questo che mi colpisce e per questo tengo particolarmente al suo sì. Se ne accorge, me lo fa notare e ci ridiamo insieme. Fa la parrucchiera. Non è la prima volta che mi fotografano e che chi mi chiede qualcosa è agitato. Mentre me lo dice sorride, è un sorriso pieno e aperto che mi fa sentire accolto. Mi colpisce l’energia frizzante che sento durante l’incontro. È vitale e non sento più l’agitazione.

04 | 185

Luglio 2015 28

Lei è Désirée. La noto mentre passeggia con le sue bimbe in una via di Savona. Un’altra giornata di caldo intenso, aveva appena trovato un condizionatore. Mi colpiscono i capelli corti e i suoi tatuaggi: la sua pelle sembra una tavolozza piena di scritte. Sembrano messi a caso, ma nel disordine creano ordine e equilibrio. Tra quelle scritte e quei segni ce n’è una tratta da una canzone di De André: Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono fiori. Che è un po’ come dire che è dal caos, dal casino, dalle crisi che nascono cose preziose. Messaggio tempestivamente perfetto. Ha due bimbe e un passato da operatrice socio sanitaria; ora aiuta il marito nel bar di quella che per me è la piazza più bella di Savona.

03 | 184

Luglio 2015 29

Lui è Adriano. Sta bevendo una birra nel dehors di un bar. Ha lo sguardo che sembra essere perso nel vuoto o chissà in quali pensieri. Mi avvicino e ancora prima di arrivare al punto mi interrompe: Se vuoi soldi ti dico subito di no. Gli racconto del progetto, del fatto che non voglio nulla in cambio se non conoscerlo e fotografarlo. Un po’ stranito, accetta. Lasciami finire la birra, sono un po’ stanco, ho appena finito di lavorare e non ho molta voglia di parlare. Mi racconta di essere impiegato in un’agenzia marittima, e di essere stato a Barcellona. Anche lì, sulle Ramblas, la gente lo fermava chiedendogli soldi. Oggi no. Nell’incontrarlo sento un po’ di tensione, entrambi manteniamo leggermente le distanze e io stesso mi accorgo di essere un po’ più cauto del solito. L’impressione è che sia soprattutto la parte fotografica ad interessarlo. Dopo alcuni giorni lo incontro di nuovo, mi sorride e alza il pollice in su. Deve aver visto il progetto per intero. Ricambio con piacere, altro modo di incontrarsi.

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Luglio 2015 30

Lei è Costanza. Credo sia una delle giornate più calde dell’estate. Un po’ lo spero. La incrocio nell’ombra di Via San Lorenzo. Mi colpiscono i suoi occhi enormi e i suoi colori: capelli neri – gonna nera, pelle bianca – maglia bianca, occhi verdi – scarpe verdi.  E penso alla luna. È laureata in lingue, lavora in un’agenzia turistica online specializzata in viaggi per la Grecia. Non è quello che voglio fare. Suona in una band la chitarra elettrica. Mentre me lo dice mi rendo conto di quanti musicisti sto incontrando in questo viaggio. Glielo dico e proviamo a capire perché. Forse perché per noi giovani oggi è davvero difficile identificarci in un ruolo, sentirci qualcuno o qualcosa. Così cerchiamo mezzi espressivi alternativi per sentirci vivi e capire chi siamo. Ha un orecchino fatto da lei con un’esca artificiale trovata in un lago. Non lo toglie da 3anni. Mi colpisce la sua solarità, l’energia che sento con lei è fresca e piacevole. E mi accorgo di non sentire più caldo.

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Luglio 2015 31

Lui è Pietro. Si presenta, ma per un po’ rimango convinto che si chiami Nicola. Sta andando a recuperare un tutore da braccio per poter lavorare la sera nel ristorante dei genitori. Sere d’estate passate in pizzeria, terreno comune per entrambi. Dopo le prime foto, mi dice sorridendo che avrebbe potuto tirare su i baffi che non taglia da dicembre. Lo fa, e il suo viso acquista movimento. Mi colpisce la semplicità con cui ci incontriamo, quasi come ci conoscessimo da tempo. Là c’è mia sorella, se ti va credo possa essere un buon soggetto. Confermo, ma uno al giorno, ormai ho scelto te. Studia Biologia a Genova, ma presto si trasferirà a Torino. Ci salutiamo dopo poco, va di fretta. Peccato.

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